giovedì 7 gennaio 2010

SUGGESTIONI: Edward Hopper


La prima volta che ho incontrato Edward Hopper è stato molti anni fa, in un ufficio dell'Esa a Frascati. Quattro riproduzioni a colori 30x40, stranamente familiari, come di cose non già viste, ma già vissute.
Due in particolare ricordavano le atmosfere di molte pagine di Sherwood Anderson di Winesburg, Ohio o di W. Kaulkner (che da questi è stato fortemente influenzato), la provincia americana, il piccolo portico in legno di case di campagna, il corteggiamento nelle sere d'estate, ma anche il film La lunga estate calda, con Paul Newman e Orson Welles, tratto appunto da un racconto di Faulkner.




L'altra immagine, quella del famoso interno di Bar, intitolato Nighthawks (Nottambuli) mi ha richiamato alla mente uno dei primi racconti di Gabriel Garcìa Màrquez: Ojos de perro azul, 1950(Occhi di cane azzurro, 1983)
In questo struggente racconto un uomo e una donna si incontrato tutte le notti nei loro sogni, in città e luoghi che non conoscono. Ogni volta lui le dice la stessa frase "occhi di cane azzurro" e lei la va ripetendo da sveglia nei bar e nelle strade, in città diverse, sperando di incontrarlo, ma se anche avvenisse l'incontro, lui ne è consapevole, non ricorderebbe la frase. Uno struggimento informa di sogno.



L'influenza di Kafka e Faulkner in questi primi racconti è molto evidente. Ma questa raccolta di racconti è interessante da leggere, non solo per conoscere l'evoluzione narrativa di Màrquez, ma anche comprendere in quale momento della sua crescita ha acquisito il  linguaggio proprio e le tematiche che  lo renderanno famoso da Cent'anni di solitudine in poi. Il racconto che segna l'inizio del Màrquez che tutti conosciamo è:
Monologo di Isabel mentre vede piovere su Macondo (1955) dove per la prima volta appare il nome della fantastica citta di Macondo. Lo scroprii acquistando il libro presso la libreria in lingua spagnola di via Monserrato a Roma, era 1983 e non esisteva ancora una traduzione italiana. Mi cimentai allora nella traduzione del Monologo di Isabel. Fu un'impresa divertente,  appagante e per la prima volta mi resi conto davvero quanto arbritrario può essere l'attività di traduzione e quanto difficoltosa e utopica la cosidetta fedeltà all'originale.