martedì 25 maggio 2010

Ennio Flaiano - TEMPO DI UCCIDER E - Longanesi, 1947

Di Ennio Flaiano anche il più distratto spettatore di talk-show, conosce i memorabili aforismi, citati a proposito e a sproposito dai vari conduttori televisivi, per dare quel tòcco di cultura che fa la differenza. Molto meno sono quelli che hanno letto qualcosa di Flaiano. Consiglio di iniziare con l'unico romanzo che scrisse, Tempo di uccidere, che nel 1947 riuscì ad imporsi al Premio Strega, gareggiando, si fa per dire, con La Romana di Moravia, Cronaca di poveri amanti di Pratolini, Il compagno di Pavere e via elencando tra i massimi narratori italiani.

Lo sto rileggendo in questi giorni e lo trovo avvincente come un triller, pieno di colpi di scena, scritto con mano leggera. Come nei film di Hitchcock il dramma, la tragedia e l'orrore convive con la normalità, ne è parte integrante. La voce narrante è quella del protagonista, un tenente dell'esercito italiano in Eritrea.

Ripresi la corsa e lasciavo che le ganbe si muovessero automaticamente, ma ancora dovetti fermarmi. Tra gli alberi c'era una donna che stava lavandosi. La donna non si accorse della mia presenza. Era nuda e stava lavandosi ad una delle pozze, accosciata come un buon animale domestico. Mentre la osservavo, pensai che mi avrebbe indicato la strada e così non sarei dovuto tornare al ponte. Una donna che si lava è spettacolo comune quaggiù, e indica la vicinanza di un villaggio. "C'è di tutto in questa boscaglia", dissi. E continuai a guardar la donna. Anzi sedetti, mi accorgevo ora di essere veramente stanco dopo l'inutile marcia della mattinata.
La donna alzava le mani pigramente, portandosi l'acqua sul seno e lasciandola cadere, sembrava presa in quel gioco. Forse era la da molto tempo, decisa a lavarsi senza fretta, per il piacere di sentirsi scorrere l'acqua sulla pelle, lasciando che il tempo scorresse egualmente. Non si accorgeva della mia presenza e restai a guardarla. Era uno spettacolo comunissimo, ma migliore degli altri che mi si erano offerti sinora. Poichè il gioco non accennava a finire, accesi una sigaretta, e intanto mi sarei riposato.
Alzava le mani e lasciava cadere l'acqua, ripetendo il gesto con una melanconica monotonia. Era il suo modo di divertirsi e forse di volersi bene. Il suo modo di lavarsi era differente: si strofinava come una massaia, quasi che il corpo non fosse suo. Ma erano brevi parentesi in quella noia.Quando un corvo venne ad una pozza vicina la donna gli tiro un sasso, urlando, e lo colse in pieno. Il corvo annaspò verticalmente e raggiunse l'albero, accoccolandosi tra i rami. La donna seguitò a urlare, poi tacque e riprese a lavarsi con estrema indolenza.
Perchè disturbarla ? Era di pelle molto chiara, ma non badai a questo particolare, sorprendente in quella boscaglia. Soltanto sulle montagne di Gondar avevo incontrato donne di pelle così chiara, dove, suppongo, la dominazione portoghese ha schiarito la pelle e i desideri delle donne che si incontrano. Ricordai quella donna che avevo incontrato su certi meravigliosi prati e che s'era accostata per dirmi una sola parola: "Fratello". E aveva aggiunto il sorriso di una timidezza non ancora perduta, restando poi a guardarmi come se la faccenda non riguardasse anche lei. Mi lasciava intera una rsponsabilità quasi inevitabile.
Per lavarsi la donna aveva raccolto i capelli in una specie di turbante bianco. Ora che ci penso: quel turbante bianco affermava la presenza di lei, che altrimenti avrei considerato un aspetto del paesaggio, da guardare prima che il treno imbocchi la galleria. Quel fazzoletto di cotone definiva ogni cosa, e io non sapevo allora che avrebbe definito tutto.

Una particolarità del romanzo, di cui ci si rende conto a lettura conclusa, è il diverso trattamento che Flaiano riserva ai personaggi, distinguendo tra nativi e italiani: mentre gli africani hanno un nome, la bellissima Mariam, il misterioso Johannes, il giovanissimo Elias, gli italiani sono indicati con il grado o la funzione, il tenente, il maggiore, il dottore.
Non credo che questa diversità di trattamento sia un semplice espediente narrativo, sono portato a credere che voglia marcare l'indice di estraneità dei militari invasori nel contesto africano, e in un certo senso la loro disumanità rispetto alla purezza primitiva dei nativi.

L'intrigo, il thriller, si scioglie da solo quando alla fine, l'ordine del rientro in patria, ristabilisce le giuste distanze tra due mondi incommensurabili.

Nel 1989 Giuliano Montaldo ne fece un film con Nicolas Cage protagonista, tra gli sceneggiatori un giovanissimo Paolo Virzì.


lunedì 17 maggio 2010

LADRO D'AMORE - Cinquanta strofe d'amore XI-XII sec. a cura di Giuliano Boccali Longanesi & C. 1983 - £ 9.000



I
Oggi ancora a lei, che risplende inghirlandata di magnolia d'oro
volto di loto in fiore, tenue la linea della peluria sul ventre,
levata dal sonno, il corpo ardente, turbato dal desiderio,
come a sapienza perduta per follia, ripenso.

La prima delle cinquanta strofe di questo splendido poemetto, in sanscrito dell'XI-XII secolo d.C., vero capolavoro della lirica d'amore indiana. Un'unica, languida e struggente invocazione all'amata e una voluttuosa rievocazione dei giochi amorosi, che un tragico destino pare voler interrompere per sempre.

XXXVII
Oggi ancora fugge il pensiero " Che fare
quando ci sono le amiche?" Nella bella dimora
dov'è diversa danza e riso e vicino il suo corpo amato,
dov'è delizia di giochi d'amore: lì scorra il mio tempo.



Il protagonista, il poeta che ricorda la donna amata, sta per morire: è un precettore, che il re ha condannato scoprendo i suoi amori con la figlia. Ma prima di cadere sotto la scure del boia, chiede l'ultima grazia: parlare: Non si giustifica, non chiede pietà: improvvisa cinquanta strofe dove le immagini dell'amore ormai precluso rivivono come vivide istantanee.

XLIX
Oggi ancora, io, come sopportare altrimenti
la separazione dai favori della mia compagna diletta?
Oh fratelli, solo la morte estinguerà la mia pena:
vi imploro, Signore, tagliate presto.


Attonito e commosso al miracolo della poesia, il sovrano salva al condannato la vita e gli dona in sposa la principessa. Del lieto fine non c'è traccia nel poemetto, il poeta sa soltanto che tra poco sarà ucciso e affida ai suoi versi il ricordo del suo amore felice.

venerdì 14 maggio 2010

IL PIACERE di Gabriele d'Annunzio - Oscar Mondadori 1965 - £ 350

Il piacere appare nella collana Gli Oscar nel 1965. L'ho riletto in questi giorni, avendolo già letto nell'adolescenza; il positivo di questo blog è che mi fornisce lo stimolo senza il quale non avrei letto e/o riletto.

A parte alcune fastidiose, ripetute affettazioni, la lettura è godibilissima. Il linguaggio aulico è funzionale alla storia, all'epoca, all'ambiente e ai personaggi. In prima lettura, complice la giovane età, ne ero un poco infastidito, interessato, com'ero, alla storia più che alla forma. Rileggendolo a tanta distanza di tempo, ne godo lo stile, la minuziosa descrizione dei broccati che abbelliscono gli ambienti, gli arredamenti, di cui racconta la storia degli artigiani esecutori, i vestiti, i profumi esalanti da brocche di cristallo di cui specifica la provenienza, di ogni oggetto presente sulla scena, sempre di grande pregio e valore, ricorda in quale nobile abitazione faceva mostra di se.

Questo aspetto, della minuziosa, còlta descrizione di opere d'arte, (il dandy Andrea Sperelli ha una vera passione per Dante Gabriele Rossetti e Tamara De Lempicka) ma anche di musica raccontata come solo un poeta è in grado di fare, mi ha ricordato molto La Recherche di Proust. Anche Marcel Proust dedica molto spazio all'arte e alla musica, con divagazioni che, per alcuni versi, ricordano molto questo d'Annunzio. Lungi da me suggerire  l'idea che il grande Proust possa essere stato in qualche modo influenzato da Il piacere, certo è che quelle lunghe divagazioni sull'arte e sulla musica, li avvicina moltissimo e quando i due si  incontrano, il Vate, esule a Parigi per debiti, è già un mito, mentre il giovane Marcel è un brillante frequentatore di salotti parigini ,con al suo attivo Les pleisirs et les jours, raccolta di novelle, saggi e poesie di scarso successo.

Il piacere è stato definito il manifesto dell' estetismo, corrente frivola del decadentismo. Francamente delle etichette se ne può fare a meno, si vive bene lo stesso e si gode il piacere della lettura, senza preconcetti e schemi che ne alterano il giudizio.

In alcuni momenti sembra che la protagonista vera del romanzo non sia la bella e sensuale Elena, nè la bella e mistica Maria, ma Roma in tutto il suo splendore

Anche là il sole, declinante verso Monte Mario, mandava raggi. Si udiva lo strepito delle carrozze sulla piaza di Trinità de' Monti. Pareva che, dopo la pioggia, si fosse diffusa su Roma tutta la luminosa biondezza dell'ottobre romano.
  - Aprite le imposte - disse al domestico.
E lo strepito divenne più forte; entrò l'aria tepida; le tende ondeggiarono appena.
  - Divina Roma ! - egli pensò, guardando il cielo tra le alte tende. E una curiosità irresistibile lo trasse alla finestra.
Roma appariva d'un color d'ardesia molto chiaro, con linee un po' indecise, come in una pittura dilavata, sotto un cielo di Claudio Lorenese, umido e fresco, sparso di nuvole diafane in gruppi nobilissimi, che davano ai liberi intervalli una finezza indescrivibile, come i fiori dànno al verde una grazia nuova. Nelle lontananze, nelle alture estreme l'ardesia andavasi cangiando in ametista. Lunghe e sottili zone di vapori attraversavano i cipressi del Monte Mario, come capigliature fluenti in un pettine di bronzo. Prossimi, i pini del Monte Pincio alzavano gli ombrelli dorati: Su la piazza l'obelisco di Pio VI pareva uno stelo d'àgata. Tutte le cose prendevano un'apparenza più ricca, a quella ricca luce autunnale.
  - Divina Roma !
Egli non sapeva saziarsi dello spettacolo.

martedì 4 maggio 2010

UN PRIMO LEVI "FANTASTICO"


La polemica sulla TAV e sui pericoli che potrebbero derivare dalla perforazione della montagna, per la presenza nella zona di amianto, mi ha  rammentato uno dei 21 racconti di Il sistema periodico di Primo Levi:  Nichel, inserito in questo bel volume della serie ET BIblioteca, Einaudi, al modico prezzo di €16,80 per 916 pagg.

 Levi racconta come, da poco laureato con 110 e lode in chimica, non trovando lavoro per ragioni raziali, siamo nella Torino del 1941, ricevesse la visita di un giovane uffiale che gli offrì un lavoro in una miniera col compito di portare avanti degli esperimenti per ricavare, dagli scarti dell'estrazione dell'amianto, del Nichel.

Racconta Levi:
C'era amianto dappertutto, come una neve cenerina: se si lasciava per qualche ora un libro su di un tavolo, e poi lo si toglieva, se ne trovava il profilo in negativo; i tetti erano coperti da uno spesso strato di polverino, che nei giorni di pioggia si imbeveva come una spugna, e ad un tratto franava violentemente a terra.

Dunque, le riserve del movimento NO-TAV hanno un qualche fondamento perché in quella zona era presente una miniera di amianto, che ha estratto per anni  il pericoloso elemento, con sistemi primitivi di frantumazione delle rocce.

Ma TAV e amianto a parte, la lettura di questo fantastico libro è una gioia che si rinnova ogni volta che ne sfoglio le oltre novecento pagine: invenzioni continue di situazioni e personaggi fantastici.

L'autore mettendo a frutto la sua conoscenza in campi apparentemente eterogenei: chimica, biologia, etnologia, filosofia, propone una sua visione del mondo attraverso l'individuazione di errori commessi da alcuni uomini. Levi dichiara di dare forma narrativa ad una intuizione, alla percezione di una smagliatura nel mondo in cui viviamo, di una falla, di un vizio di forma che vanifica ogni altro aspetto della nostra civiltà e del nostro universo morale. Di questa percezione di questo vizio di forma, troviamo traccia in alcuni inquietanti versi di Montale (I limoni)

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità


In questo volume si intrecciano storie autobiografiche ambientate nel Lager, racconti fantastici, racconti di atmosfera onirico-kafkiana, racconti di animali costruiti come apologhi morali, in tutti ritroviamo la semplicità tranquilla e straziata dell'autore, la sua arte inimitabile di raccontarle in modo brioso e vivace, ora ironico, ora grottesco e perfino divertente e comico.











domenica 2 maggio 2010

L'età del malessere di Dacia Maraini

 Questo secondo romanzo di Dacia Maraini esce nella collana  Nuovi
 Coralli di Einaudi nel 1963. Quasi cinquant'anni fa, praticamente in un 
 altro mondo. 

Per capire in quale contesto viene alla luce il romanzo basti pensare che nel 1963 esce il primo LP dei Beatles "Please, Please me", papa Giovanni XXIII pubblica l'Enciclica Pacem in Terris e nello stesso anno muore,  viene eletto papa Montini, Martin Luther King tiene il famoso discorso I have a dream, infuria la guerra in Vietnam, a Dallas viene ucciso J.F.Kennedy e il disastro del Vajon provoca 2000 vittime. 

Decisamente un altro mondo.

Ci si affeziona subito a Cecilia, l'adolescente protagonista di L'età del malessere, è una ragazza fragile, che si lascia vivere in casa, a scuola, nelle relazioni con il sesso maschile. Se non fossimo così esterofili, propabilmente questo romanzo avrebbe avuto il successo di pubblico che, solo tre  anni dopo, forse perché ambientato  sulla Còte d' Azur e non a piazza Bologna, avrebbe avuto Bonjour Tristesse.

Cecilia è un personaggio moderno che, benché giovanissima, attraverso le esperienze fatte, prende coscienza  di essere una ragazza-oggetto, usata dagli altri senza pietà e fa sue le ragioni di una rivolta sommessa ma convinta, contro la routine di un'esistenza degradata.

Immagino che ritroveremo Cecilia, qualche anno, dopo dalle parti di via del Governo Vecchio, impegnata nelle prime lotte femministe, a favore del divorzio, della parità dei diritti e, sopratutto, per togliere l'aborto dalla clandestinità delle mammane.