martedì 28 giugno 2011

Eric Berne A CHE GIOCO GIOCHIAMO? - Bompiani 1985 - £ 5.000 Thomas A.Harris - IO SONO OK TU SEI OK - BUR 1984 - £ 6.000




Nella mia lunga attività di agente di commercio ho spesso frequentato, durante i meeting in sede, corsi di vendita nei quali venivano affrontate tutte le problematiche legate ai rapporti interpersonali, tecniche di comunicazione e di convincimento. Il più delle volte erano delle pietose pantomime che finivano con una scenetta nel quale, a turno, si recitava la parte del venditore o del cliente. Alcune volte, per dare una impronta più professioanale, si discuteva il testo di Marshall McLuhan (1911-1980) Gli strumenti del comunicare oppure I persuasori occulti di Vance Packard (1914-1996).

Questi corsi anche se non produssero mai un'impennata nelle vendite, servirono sicuramente a migliorare la non titanica cultura generale dei venditori, strappandoli alle barzellette e al corriere dello sport. In un caso, invece, il corso risultò, almeno per me, estremamente interessante: verteva sull'analisi transazionale e la teoria dei giochi.


L'analisi transazionale
trascura tutto ciò che per la psicanalisi è essenziale: cioè il riferimento al transfert, alle resistenze e ai conflitti intrapsichici, toglie di mezzo il lettino di Freud, per concentrare invece esclusivamente l'attenzione sulle comunicazioni reciproche (transazioni) che si insaurano nelle relazioni tra due o più persone, quando sono in contatto tra di loro. Non si tratta più di scoprire l'inconscio, bensi di scoprire i giochi che le persone inconsapevolmente fanno quando interagiscono tra di loro.

Entrambi i volumi, sia quello di Eric Berne (1910-1970) - che per primo elaborò questa teoria - sia quello di Thomas A. Harris (1910-1995) che nell'esercizio della professione di psichiatra ne adottò i principi - forniscono uno strumento che tutti sono in grado di usare, non è necessario essere ammalati per trarne giovamento.

I giochi di cui parla non hanno niente di ludico, sono degli schemi di comportamento fissi e prevedibili, che finiscono in modo sgradevole per tutti i partecipanti. In pratica questi due libri che propongo alla lettura, sono libri di giochi che servono per imparare a non giocare.

lunedì 27 giugno 2011

Ezio Taddei - LAFABBRICA PARLA - Milano-sera editrice - 1950 - £ 500


Un libro proletario. Un forte libro proletario. L'autobiografia di Ezio Taddei, nato nel 1895, vagabondo a dodici anni, dopo esser stato cacciato di casa, artigiano e operaio, sempre dalla parte dei più deboli, antifascista, libertario, anarchico, poi comunista, ma sopratutto uomo che ha lottato tutta la vita contro ogni ingiustizia.

Bersagliere nella Prima Guerra Mondiale, durante la battaglia del Monte Nero si guadagna una medaglia di bronzo per aver salvato, sotto il fuoco nemico, un compagno ferito.

Sconta tredici anni di carcere per attentati nel 1921, poi fino al 1936 al confino, finalmente riesce ad espatriare clandestinamente negli USA dove conosce e frequenta Arthur Miller- che verrà a trovarlo in Italia.


La prosa di Taddei è precisa e nitida, il suo modo di narrare semplice e sapiente insieme Non ci sono parole in più, non ci sono frasi infiorate: l'attività clandestina, la galera, la miseria, il dolore sono cose troppo importanti perchè si possa esercitare su di esse l'enfasi, l'ipocrisia, la speculazione.

Questo è uno di quei rari casi in cui l'opera, quella che val la pena ricordare, non è il prodotto letterario, ma la vita dell'artista, coerente con la scelta fatta di stare sempre dalla parte degli oppressi, dei diseredati, degli sfruttati. Con i tempi che corrono non è un esempio da poco.

venerdì 24 giugno 2011

Marcel Proust - LA STRADA DI SWANN - Collana Novecento - La Biblioteca di Repubblica -




Devo alla lodevole iniziativa del quotidiano La Repubblica, che ha proposto nel 2002 ai suoi lettori La strada di Swann, se ho superato l'inibizione autoimposta alla lettura di Marcel Proust.

Disorientato da quanto avevo letto intorno alla sua monumentale Alla ricerca del tempo perduto, avevo finito per rinunciarvi, rimandandone sine die la necessaria lettura. Ed è stato un bene perchè per apprezzare e godere pienamente la complessità dell'opera, è necessaria una maturità che l'adolescenza è lontana dal possedere.

Nella biblioteca di casa c'è sempre stata l'opera completa nell'edizione Einaudi del 1953 - sette volumi in formato 12x18 molto maneggevoli e con le note essenziali - per non frammentarne la lettura come accade con gli eleganti Meridiani - che la prodigalità familiare ha ridotto a soli tre volumi (i mancanti ex-libris nelle biblioteche di amici infedeli!)

La lettura di La strada di Swann è stata un'esperienza illuminante, la rivelazione dell'esistenza in ogni essere umano di un mondo interiore, capace di contenere l'intero universo.

Questa edizione di Repubblica utilizza la vecchia traduzione fatta da Natalia Ginzburg per Einaudi (NUE - 1953); mentre gli altri volumi de la recerche della stessa edizione, si avvalgono di traduzioni diverse: da Calamandrei a Bonfantini, da Elena Giolitti a Paola Serini, da Franco Fortini a Giorgio Caproni. La scelta fatta per i Meridiani è diversa e si avvale di una nuova unica traduzione di tutta l'opera, affidata al poeta Giovanni Raboni.

Questo l'incipit nella traduzione di Natalia Ginzburg:

Per molto tempo mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevan gli occhi così subito che neppure potevo dire a me stesso: "M'addormento". E, una mezz'ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi averlo ancora tra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguito le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevano preso una forma un po' speciale; mi sembrava d'essere io stesso l'argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco I e Carlo V.

E questo l'incipit tradotto da Giorgio Raboni:

A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: "M'addormento". E, mezz'ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libroche credevo di avere ancora tra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso una piega un po' particolare; mi sembrava d'essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Franco I e Carlo V.

E' incredibile come la lettura di quest'opera (tutta completa!) prenda e affascini, tanto da rendere impossibile l'abbandono e sofferta la sospensione. La magia della parola, il mistero dei processi mentali nei quali il lettore si identifica, i temi della memoria e del tempo; la capacità di vedere realmente le cose che cadono sotto il suo sguardo, dove niente è irrilevante.

Ne è un esempio precipuo il singolare racconto degli asparagi:

Nell'ora che scendevo a informarmi del menu, i preparativi per il pranzo erano già cominciati, e Francoise, al comando delle forze della natura venute a darle man forte, come in quelle fiabe dove i giganti si fanno assumere per cuochi, scoteva il carbone, dava al vapore le patate da cuocere in stufato e faceva terminare a punto dal fuoco i capolavori culinari apprestati prima in recipienti di ceramica, che andavano dai caldaioni, dalle marmitte, paioli, pesciaiole, alle terrine per la selvaggina, gli stampi per i dolci, i vasetti da crema, passando attraverso una collezione completa di casseruole di ogni dimensione. M'indugiavo a guardare, sulla tavola, dove la sguattera aveva appena sgusciato dei piselli allineati e numerati come biglie verdi in un gioco; ma sostavo rapito dinanzi agli asparagi, aspersi d'oltremare e di rosa, e il cui gambo, delicatamente spruzzato di viola e d'azzurro, declina insensibilmente fino al piede - che pure è sudicio ancora del terreno del campo - in irridescenze che non sono terrene. Mi sembrava che quelle sfumature celesti tradissero le deliziose creature che s'erano divertite a prender forma di ortaggi e che attraverso la veste delle loro carni commestibili e ferme, lasciassero vedere in quei colori nascenti d'aurora, l'essenza preziosa che riconoscevo ancora quando, l'intera notte che seguiva ad un pranzo in cui ne avevo mangiati, si divertivano, nelle loro burle poetiche e volgari come una favola shakespeariana, di mutare il mio vaso da notte in un'anfora di profumo.
Tutta l'opera ha qualcosa di magico che, per esempio, mi ha costretto, arrivato alla fine dell'ultimo volume, Il tempo ritrovato, di riprendere La strada di Swann e rileggere da capo l'opera. Solo dopo ho letto, in Pietro Citati La Colomba Pugnalata, che l'inizio e la fine dell'opera sono state scritte contemporaneamente per dare un senso circolare all'opera.

Che altro dire su un'opera tanto importante, fondamentale nella storia della letteratura occidentale, che se anche un solo lettore fosse invogliato a prendere il volume in mano ed iniziare il viaggio, queste parole non saranno state vane.

giovedì 23 giugno 2011

Italo Calvino consiglia:"IMPARARE DELLE POESIE A MEMORIA"


Molti anni fa Italo Calvino in una intervista televisiva, al giornalista che gli chiedeva "tre chiavi, tre talismani per gli anni 2000", rispose, con quelle sue pause lunghe, meditate:

Imparare delle poesie a memoria... molte poesie a memoria, da bambini, da giovani, anche da vecchi....perchè quelle fanno compagnia, uno se le ripete mentalmente .... e poi lo sviluppo della memoria e molto importante... anche fare dei calcoli a mano, delle divisioni delle estrazioni di radici quadrate.... cose molto complicate.... combattere l'astrattezza del linguaggio che ci viene imposto con delle cose molto precise... e sapere che tutto quello che abbiamo ci può essere tolto da un momento all'altro....
Quell'esortazione ad imparare poesie a memoria mi piacque, così decisi di trascrivere, in un quadernetto che stesse comodamente in tasca, una sorta di antologia poetica molto personale, da leggere e mandare a memoria durante la giornata.

Ho cominciato con alcune poesie di Montale, Bufalino, Borges, Neruda, Caproni, Quasimodo e man mano che mandavo a memorie queste nuove poesie, magicamente tornavano alla mente quelle imparate da bambino e ragazzo: La pioggia nel pineto, Davanti a S.Guido, L'infinito, La spigolatrice di Sapri, Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco... come se avendo attivato il portale della poesia, automaticamente avessi accesso a tutto il repertorio poetico transitato nel cervello.

Confermo che recitarsi mentalmente delle poesie non solo aiuta la memoria, ma ti fa sentire bene.




mercoledì 15 giugno 2011

BAGLIO LO NIGRO - Romanzo siciliano - di Luigi Accardi - il mio libro.it


E' bene ogni tanto ripeterlo: questo non è un blog di critica letteraria. Chi scrive non possiede gli strumenti linguistici per farlo, può solo fornire alcune impressioni, quelle che ogni attento lettore è in grado di dare, e qualche insolita proposta di lettura.

Come questo Baglio Lo Nigro dell'esordiente Luigi Accardi, per ilmiolibro.it., distribuito da Feltrinelli.

E' il racconto lineare del figlio di un contadino, in una picola realtà siciliana, che con lo studio e la tenacia risale la scala sociale ed economica, affermandosi come enologo e agronomo, dedicandosi alla realizzazione di un prestigioso Marsala vergine e, a coronamento di tanto impegno, legandosi con il matrimonio alla più prestigiosa famiglia del paese.

L'argomento del riscatto sociale è forte e impegnativo, vi si sono cimentati tutti i più grandi della letteratura.

Nel caso di Baglio Lo Niglio (a proposito il bagghiu è una masseria con un cortile interno e locali per i dipendenti), Accardi usa non a caso un linguaggio semplice, più simile al racconto orale che scritto, più adatto alla favola che al romanzo. E di una favola si tratta, favola siciliana avrebbe dovuto essere il sottotitolo e non romanzo siciliano.

Sarà l'innato ottimismo, la visione positiva della vita, a suggerire a Luigi Accardi di sviluppare un racconto complesso, in una realtà anche difficile come quella siciliana, con personaggi così positivi, tutti tesi al bene non solo individuale, ma comune. Persino l'accesso alla politica, che la cronaca ci rappresenta nel modo che vediamo tutti i giorni, nel romanzo di Accardi è invece impegno per migliorare concretamente la vita dei cittadini.

Baglio Lo Nigro , insomma, non è un racconto realista, non vi si riconosce un contesto reale e se non temessimo di spingerci troppo avanti, potremmo ricordare che, secondo Platone, i generi letterari che più si avvicinano alla perfezione, sono quelli che non rappresentano la realtà ma la realtà come dovrebbe essere.

sabato 11 giugno 2011

Giuseppe Bonaviri L'INCOMINCIAMENTO - Sellerio - 1983 -




Era da molto tempo che entrando alla Coop di Genzano, evitavo lo scaffale dei libri abbandonati, proprio per non essere tentato di prenderne qualcuno: i libri in casa da leggere e da rileggere sono tanti e non è il caso di aggravare la situazione; come diceva Troisi "loro sono tanti a scrivere e io sono solo a leggere".


Questa mattina, invece, mi sono lasciato tentare, adescato da un titolo fascinoso: L'incominciamento di Giuseppe Bonaviri nella bella edizione Sellerio, anche se usurata da molte letture.
Che felice scoperta!

Confesso di non aver mai letto niente di Giuseppe Bonaviri e di non conoscere la sua produzione letteraria. Una breve ricerca con google mi apre il mondo sconosciuto e magico di un
o scrittore siciliano che attinge direttamente dalle sue radici geografiche e antropologiche: ci chiede solo nel leggerlo la sospensione dell'incredulità, che è la chiave per accedere nel mondo del fantastico.

Giuseppe Bonaviri nasce a Mineo, paesino di montagna in provincia di Catania, nel 1924 primo di cinque figli, si laurea a Catania in medicina nel 1949, ufficiale medico a Novara e Casal Monferrato, tornato a Mineo vi svolge la professione di medico e di ufficiale sanitario. Nel 1957 lascia la Sicilia per sposarsi e si trasferisce a Frosinone, dove fa il medico cardiologo fino alla pensione. Ci ha lasciato il 21 marzo del 2009 a 84 anni.

La sua produzione letter
aria di prosa e di poesia è notevole, considerato che per tutta la vita si è dedicato alla medicina. Il suo esordio nel 1954 con Il sarto della strada lunga (Einaudi). Per un approfondimento può essere utile il sito ufficiale della Fondazione Giuseppe Bonaviri
www.fondazionegiuseppebonaviri.com

L'incominciamento
è un libro decisamente insolito, strutturato in due parti, contenenti complessivamente trenta brevi scritti a cui seguono altrettante poesie che vertono sullo stesso argomento nella prosa. Il linguaggio è sontuoso e attinge alle misteriose influenze lunari, solari o elettromagnetiche, spirali di acidi desossiribunucleici che favorisce la nascita di poeti nel territorio di Mineo.



Camuti- Pietra della poesia

"In gran parte analfabeti, erano molti i poeti contadini e artigiani a Mineo, che avevano ereditato tradizioni e germi dalle precedenti generazioni, venute per vie fluviali o marine, dalle regioni assire, dalla Calcidia e dall'Eubea, dalle coste dell'oceano arabico, dalla Francia e dalla Andalusia o dalle isole Zanzibar sulle cui rive le onde buttano balene appena nate sotto barriere corallifere."


"Per Sinatra, come mi dice mio fratello che ogni tanto lo incontra, i poeti veri si distinguono in ritmici e retorici: i primi seguono metri frondeggianti e meravigliosamente rimati; i secondi, sono poeti con tendenza spropositatamente meditativa, pronti ad alterare il dato reale in un verso, diciamo, verde, o rosseggiante, con cui cantano quanto sia effimero il nostro vivere, disperso in miliardi di inutili pianti ed energie fumanti, e disgregabili nel nulla. Il Sinatra (inteso Pino l'argentiere perchè la madre vendeva coltelli e piatti di finto argento dopotutto alpaccati,e comprava capelli argentati) dice a mio fratello: "Io non mi sono sposato per non generare un figlio mortale che poi genera un altro figlio piangente e sottoponibile a morte. Bisogna interrompere tale catena di malefici eventi vitali"
Uma stimolante lettura e una conoscenza da approfondire.

mercoledì 8 giugno 2011

Maria Bellonci - COME UN RACCONTO GLI ANNI DEL PREMIO STREGA - Club degli Editori - 1969


Ma non si era detto tutto il male possibile dei premi letterari? E com'è allora che il racconto della nascita del Premio Strega è avvincente e commuove come una storia d'amore?

Merito della grazia, della levità, della passione che traspare dalla prosa elegante di Maria Bellonci.

Questo volumetto, che veniva regalato negli anni '70 a quanti acquistavano l'intera collana I PREMI STREGA del Club degli Editori, ricostruisce la storia degli amici della domenica, che Maria e Goffredo Bellonci ricevevano nella loro casa di Viale Liegi, nella Roma del 1944, appena liberata dai nazi-fascisti.

Nel gruppo iniziale degli amici della domenica vi erano Bontempelli, Piovene, Bernari, Maccari, Contini, Petroni e altri, poi, man mano che l'Italia si liberava, arrivavano nella casa di viale Liegi: Gadda, Longhi, Anna Banti, Corrado Alvaro, Macchia, Flaiano, Palazzeschi, Pratolini, e ancora: Silone, Moravia, Elsa Morante, Pannunzio, Bassani, Mario Praz, Alba De Céspedes, Ungaretti, Guttuso, Anna Maria Ortese, Gianna Manzini, Brancati, Francesco Flora, Goffredo Petrassi, Carlo Levi, praticamente l'intero panorama culturale italiano.

Come nasce l'idea del premio letterario:
Il 17 marzo 1946 festeggiavamo Gianna Manzini e Alberto Moravia che avevano avuto a Milano un piccolo premio letterario istituito dal Corriere lombardo. Uno spirito festoso e immune da ogni inibizione critica mi spinse a mettere un fiore nei libri premiati. Ma io già da tempo cominciavo a pensare ad un nostro premio, un premio che nessuno ancora avesse mai immaginato. L'idea di una giuria vasta e democratica che comprendesse tutti i nostri amici mi sembrava tornar bene per ogni verso: dava significato espressivo anche al gruppo che avrebbe manifestato così le sue opinioni e le sue tendenze, anzi le avrebbe rivelate per mezzo di paragoni e discussioni: confermava il nuovo acquisto della democrazia, ed era intonato al nostro stato d'animno, quello stato d'animo che mi faceva alzare alle cinque del mattino per impastare le torte senza che mi pesasse la fatica domenicale.
Poi Ermanno Contini porta in viale Liegi un giovane industriale, attento e interessato al mondo della cultura: Guido Alberti, che diventa in breve un assiduo frequentatore di casa Bellonci.

Una sera a pranzo in una trattoria (c'erano fra gli altri Alba De Cèspedes ed Eduardo De Filippo) da un discorso sui nuovi modi espressivi, discorso che comprendeva la corrente cinematografica del neorealismo iniziata irresistibilmente l'anno prima con Roma città aperta di Rossellini, si passava a parlare del neorealismo letterario che, reagendo all'ermetismo e alla prosa d'arte, prometteva svolgimenti in più direzioni. Goffredo parlò a Guido Alberti della mia idea, era il 19 gennaio del freddissimo 1947 (....) Lunedì 27 gennaio alle undici del mattino Guido Alberti mi telefonò che il premio era stato deciso da lui e dai suoi parenti; la somma che gli Alberti offrivano era di duecontomila lire, per quei tempi più che dignitosa.
E il racconto prosegue spiegando i criteri che utilizzarono per redigere un regolamento democratico, la lista dei partecipanti la giuria (letterati e non addetti ai lavori) che doveva conferire il premio, scegliere un luogo adatto e ogni altro problema organizzativo.

Poi il raccontro entra nel vivo:

Il 1947 : che anno vigoroso e che annata buona per la letteratura. Uscivano uno dopo l'altro: La romana di Moravia, Cronaca di poveri amanti di Pratolini, L'età breve di Alvaro, Pietà contro pietà di Piovene Il compagno di Pavese, Il Sempione strizza l'occhio al Frejus di Vittorini, Il cielo è rosso di Berto, Prologo alle tenebre di Bernari, E' stato così Natalia Ginzburg, Tempo di uccidere di Flaiano, Il villino di Bigiaretti, Malaria di guerra di Pea, Artemisia di Anna Banti. Molti di questi libri furono pubblicati dopo l'aprile e cioè in tempo non utileper concorrere al premio che prevedeva uno spazio di tempo dall'aprile dell'anno prima all'aprile dell'anno in corso. In marzo era stato pubblicato anche un mio libro, Segreti dei Gonzaga, che naturalmente gli amici su mia preghiera, non dovevano considerare in gara. Sicchè la casa si empì di cartelli scherzosi e affettuosi come questo: "O sorte ria, non si vota per Maria".(.....) Il 4 luglio il caro Francesco Jovine che presiedeva il tavolo degli scrutatori ripetè per novantadue volte il nome di Flaiano, e Flaiano vinse il Premio Strega.


E così di seguito, anno dopo anno, viene raccontato come si arivasse alle varie premiazioni, le appassionate arringhe degli amici proponenti i candidati finalisti, le intemperanze di alcuni, la ponderatezza di altri, e poi le nuove iniziative tese a valorizzare i giovani scrittori, anche con l'impegno di Arnoldo Mondadori a pubblicare nella Medusa degli Italiani gli esordienti meritevoli, segnalati da una apposita giuria. Insomma vent'anni al servizio della cultura italiana, val la pena chiudere con le parole di Maria Bellonci:

Penso che di una lunga impresa deve essere valutato solo il risultato finale e mi sembra che proprio la Collana Strega ne indichi uno durevole nella storia letteraria italiana.

domenica 5 giugno 2011

Luigi Accardi - PUPI DI ZUCCHERO E FRUTTA DI MARTORANA - ilmiolibro.it


Quando l'invenzione dei caratteri mobili tolse agli studenti delle università europee gli importanti introiti derivanti dalla copia dei classici, nessuno pensava quali immani conseguenze avrebbe avuto sulla diffusione della cultura, fino ad allora saldamente nella mani del clero e della nobiltà.

Fino ad anni recenti era possibile, entrando nella bottega di un tipografo, assistere al miracolo della composizione di una pagina da stampa, un manifesto, un annuncio, e seguire il lavoro del tipografo che posizionava ciascuna lettera , componendo il testo al rovescio. Anche se nel frattempo era nata la linotype e la semplificazione aveva fatto un gigantesco passo avanti, perchè la composizione avveniva attraverso una tastiera che comandava la fusione del piombo dei caratteri destinati alla stampa, nelle piccole tipografie si componeva ancora a mano. Poi la fotocomposizione nei primi anni settanta mandò in pensione il piombo fuso e iniziò l'era del computer.

Con internet, rotte tutte le frontiere, ognuno di noi può accedere al self publishing con un semplice clic del mouse. E' un bene? E' un male? E' innanzi tutto un fatto democratico che consente alla creativà di ciascuno di potersi liberamente esprimere.

Luigi Accardi, l'autore che presento oggi agli amici del blog, è una figura caratteristica del quartiere dove vive: lo si incrocia spesso nelle vicinanze di una delle tante buone pasticcerie che il quartiere tuscolano offre ai golosi, e incontrandolo gli piace consigliare o sconsigliare un dolce che nel frattempo ha provato, sempre con una grande affabilità e simpatia.

La sua passione per i dolci lo ha portato a scrivere questo simpatico libricino che ilmiolibro.it gli ha pubblicato, facendolo distribuire dalla Feltrinelli. Si tratta di una breve autobiografia, di quando era bambino e poi ragazzo a Campoballo in Sicilia negli anni del dopoguerra. La scuola, gli amici, i giochi, le persone incontrate e sopratutto il cibo e i dolci, che rappresentano le esperienze formative del giovane Luigi.

Il suo è lo stile colloquiale dell'affabulatore, poco attento semmai alla struttura del racconto, che sorvola, per inesperienza narrativa, e per la mancanza di un editor, su aspetti che sarebbe stato interessante approfondire, non ultimo la storia della frutta di martorana che da titolo al libro.

Nell'insieme una lettura leggera, che ci porta a scoprire la vita semplice in un paesino della provincia siciliana, negli anni '50. Ad maiorem, Luigi.

giovedì 2 giugno 2011

Giorgio Amendola UNA SCELTA DI VITA - Bur - giugno 1978 - £ 2.000

























Questo lungo racconto è diverso dagli altri libri che Giorgio Amendola ha pubblicato come scrittore politico, qui la testimonianza degli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia del nostro paese dagli inizi del secolo al 1929 (anno della scelta di vita) intrecciati con gli anni della sua infanzia e giovinezza, hanno il respiro del grande romanzo biografico.

Ci sono molte chiavi di lettura che rendono piacevole questo fluido libro: l'analisi politica del periodo, l'indagine storica, la infinita galleria di personaggi che ha incrociato la vita di Giorgio Amendola.

L'aspetto del libro che voglio invece evidenziare, è la descrizione di luoghi che ormai il tempo ha trasfigurato, dai suoi ricordi d'infanzia all'epoca in cui è stato scritto il libro e da quel lontano 1976 a oggi.

L'incipit riguarda Roma:

Gli anni più belli della mia infanzia li ho passati nella casa di via Paisiello. Alla fine del 1912 la strada attraversava le vecchie vigne Sebastiani, che si andavano trasformando nel quartiere col nome del proprietario che ne aveva iniziato la costruzione. La strada partiva da Villa Borghese, dalla parte del Museo e del Parco dei Daini, e andava dritta tra i campi fino al Viale Parioli. Gli edifici finiti e abitati erano pochi, e grandi prati sassosi li separavano dai casamenti degli "impiegati", che si levavano massicci accanto alla via Salaria. La nostra casa, al numero 15, era la più modesta tra le ville e le palazzine che già si accingevano a dare un tono pretenzioso a quello che sarebbe diventato un elegante quartiere residenziale. Alle spalle, Villa Borghese ci offriva uno sconfinato campo di giochi che giungeva fino a Valle Giulia, ingombra ancora degli edifici e dei padiglioni dell'Esposizione Universale del 1911. Lo spazio si apriva libero alle nostre scorribande, che non conoscevano orari. La casa di via Paisiello è la prima che io ricordi veramente di aver abitato. Dei precedenti vagabondaggi dei mieri genitori ho invece ricordi confusi, forse stimolati da racconti posteriori. Mi rivedo su di una autobonile tutta rossa. Quel rosso è rimasto indelebile nel mio ricordo infantile, e non posso certo averlo ripreso da una scolorita fotografia che mi ritrae dritto sull'automobile di mio zio Mario, una De Dion Buton - mi disse poi - in via Dandolo, ai piedi del Gianicolo, attorno al 1910. Deve essere, quello, il mio primo ricordo.
Dopo la morte del padre, la madre ricoverata in una clinica, Giorgio e i fratelli vanno a vivere a Napoli, in casa dello zio Mario

Il villino era stato costruito da poco tempo su un terreno ceduto dai parenti Marcolini, dei romagnoli venuti all'inizio del secolo a costruire la parte centrale del Vomero, la collina che col suo castello domina Napoli e la baia. Il costruttore del villino, razionale e moderno, era stato l'ingegnere Amedeo Bordiga, amico di mio zio. Così il primo personaggio politico che conobbi a Napoli fu il comunista Bordiga.
La descrizione della Napoli del 1926 ha una intensità lirica e sincero è l'accoramento nel raffrontarla con quella del 1976 (figuriamoci se la vedesse oggi!).

Il Vomero era allora un quartiere bellissimo, verde e fresco. Le strade moderne ombreggiate dai platani, con molte ville e villini e giardini e fiori. Fino ai primi anni del secolo era considerato un luogo di villeggiatura della borghesia napoletana, che vi aveva costruito quella che oggi chiamiamo la seconda casa. Il grande Vincenzo Scarpetta aveva fatto costruire al Vomero, alla discesa della Santarella, la villa per il suo riposo, dove aveva fatto incidere il suo motto "Qui rido io". Il Vomero era rapidamente collegato con le varie zone di Napoli da tre funicolari e da tre vecchissime scalinate incassate tra alti muri di tufo. La Pedemontina di San Martino scendeva diretta verso il cuore di Napoli, il quartiere di Montesanto e dell'Avvocatura, piazza Dante. La discesa del Petraio portava al corso Vittorio Emanuele e, per i vicoli dei "quartieri", alla Galleria e a San Ferdinando. Più campestre , la discesa dei gradini di San Francesco tagliava le rampe, allora verdeggianti, di via Tasso fino all'Arco Mirelli e di Piedigrotta. Se perdevo la corsa della funicolare, mi buttavo giù rapidamente a grandi gambate, e finivo con l'arrivare prima della corsa seguente. (.......) Intorno il verde si allargava verso Posillipo e verso i Camaldoli, meta di passeggiate incantevoli tra i grandi boschi che coprivano l'alta collina . Giunti all'eremo, la vista spaziava dalla Punta della Campanella a Capri, Procida, Ischia e, nei giorni più chiari, fino a Ponza. Per me, allora, era l'isola dove aveva sostato Pisacane: non sapevo che ci avrei trascorso cinque anni, malgrado tutto buoni perchè in quell'isola mi sarei sposato, avrei avuto una figlia, avrei studiato, conosciuto tanti compagni, stretto tante indistruttibili amicizie.
Adesso tutto è cambiato. La borghesia napoletana, raccolta attorno ai Lauro e ai Gava, ha distrutto, per avidità di lucro e per ignoranza, quella verde bellezza e ci ha costruito quartieri inabitabili, collegati a Napoli da pochi stretti cordoni, facili ad essere spezzati. Quello che non riuscirono a fare i bombardamenti lo hanno fatto i banditi del cemento.
Passai molti pomeriggi nell'esplorazione del "ventre di Napoli". Avevo letto il libro di Matilde Serrao, forse il migliore dei suoi libri. Adesso volevo conoscerlo di persona. Quella parte della città, raccolta in uno spazio abitato ininterrottamente dal periodo greco e pre-greco, si estendeva dalle pendici delle colline fino alla pianura, in un intrico di vie, piazzette e vicoli, rotto soltanto da poche grandi strade, tagliate in periodi diversi: la spagnolesca via Toledo, la borghese via Foria, l'umbertino Rettifilo. La parte più antica era attraversata da via Spaccanapoli, che andava dritta con diverse denominazioni fino ai Tribunali e dove, nella parte inziale dopo Santa Chiara, abitava, a Palazzo Filomarino in via San Biagio dei Librai, Benedetto Croce.
Questa parte della città non era stata ancora abbandonata dai "ricchi", che vi abitavano i piani nobili degli antichi palazzi, che dietro la facciata ed i maestosi cortili nascondevano gelosamente all'interno terrazze e giardini ricchi di aranci e di limoni. Le vecchie famiglie patrizie avevano già iniziatoda un pezzo il loro trasferimento verso Montedidio, la Riviera di Chiaia, via Filangeri, il rione Margherita. Ma i professionisti erano restati, i medici illustri intorno a via Costantinopoli e al Museo, gli avvocati da piazza del Gesù al Rettifilo. Attorno, nei "bassi" o all'interno dei cortili, si accalcava il popolo minuto, valenti artigiani, piccole attività industriali a domicilio, "popolino" alla caccia della quotidiana occupazione, che si contendevano le varie possibilità fornite dalle richieste dei "signori". Era l'economia del vicolo, riscoperta dai giornalisti dopo il colera del 1973, una sopravvivenza precapitalistica, una plebe che viveva della concentrazione nella capitale della classe dominante di un regno, e che si contendeva le briciole delle rendite strappate alle campagne e consumate in città.

Per chi non lo avesse ancora letto, un invito a farlo.